Dalla libertà di pensiero alla libertà dal pensiero

“Era tarda sera quando K. arrivò. Il villaggio era immerso nella neve. Il monte del Castello non si vedeva affatto, lo circondavano nebbia e oscurità, neppure il più debole chiarore lasciava trapelare il grande Castello. K. restò a lungo sul ponte di legno che dalla strada maestra conduce al villaggio, guardava in alto nel vuoto apparente.” (F. Kafka, Il Castello)

Questo meraviglioso incipit del grande romanzo “il castello” di Kafka può essere una visualizzazione efficace dell’uomo e del suo ritrovarsi in difficoltà dopo il tramonto del cosiddetto pensiero forte: i valori tradizionali sono proclamati relativi, si è proclamata la crisi delle vecchie certezze, e il pensiero non è più in grado di conoscere: le evidenze si sono offuscate.
L’uomo del disincanto rotola via dal baricentro, dalle sue solide persuasioni, verso un luogo incerto, un’incognita, dopo la dispersione di tutto quanto aveva fino a quel momento pensato. Arriva ad un limite, proprio come il protagonista del brano che si ferma davanti a questo paesaggio innevato, indefinito e inquietante, molto simile al nulla, ma decide comunque di avventurarsi verso il Castello, verso la meta, anche se la via è tortuosa, accidentata, lunghissima e faticosa. Non si arrende perché ritiene nonostante tutto che alla fine del cammino troverà ciò che gli è necessario per vivere, il senso del suo esistere. Su di lui incombe l’abisso, che trascina in basso, e la spirale della necessità, che tende a strozzarlo. Il suo destino è comunque librarsi in volo, è consapevole che l’uomo ha un destino “alto”, ma all’inizio della sua ricerca lui si trova come su un ponte, ad un punto di passaggio; ovunque nebbia, neve, tenebre; K. tiene gli occhi fissi verso un punto vacuo del cielo, là dove si dovrebbe scorgere la meta, ma non vede altro che il vuoto. Sembra che sia proprio il vuoto a sostenere il Castello, tentazione o suggestione?
La verità non ha fondamenta? tutto è precario, sospeso, infondato? K. alla fine raggiungerà il Castello, ma troverà una dimora immersa nel silenzio, ferma in una calma silenziosa, inquietante.
Il Castello è raggiunto ma inavvicinabile, è vicinissimo al villaggio ma in effetti remoto. Non è ospitale, non è rassicurante, non è un luogo di pace.
E’ il sopraggiungere del pensiero debole, dopo il tramonto delle certezze, dopo la “morte di dio”, il venir meno di idee sicure e condivise.
Il cosiddetto pensiero debole rientra comunque nella libertà di pensiero, cioè nella facoltà di ogni uomo di ricercare un cammino, una verità, un senso al suo vivere: siamo al tramonto ma c’è ancora un orizzonte. Certo l’umano rimane solo, dopo la morte di Dio, ma questo non preclude la Sua conoscenza se riparte da una ri-scoperta dell’Oltre.
“Vidi una grande tristezza invadere gli uomini. I migliori si stancarono del loro lavoro. Una dottrina apparve, una fede le si affiancò: tutto è vuoto, tutto è uguale, tutto fu! Abbiamo fatto il raccolto: ma perchè tutti nostri frutti si corrompono? Che cosa è accaduto quaggiù.. Tutto il nostro lavoro è stato vano, il nostro vino è divenuto veleno, il malocchio ha disseccato i nostri campi e i nostri cuori. Aridi siamo divenuti noi tutti. Tutte le fonti sono esauste, anche il mare si è ritirato. Tutto il suolo si fenderà, ma l’abisso non inghiottirà. Ah! Dov’è mai ancora un mare dove si possa annegare: così risuona il nostro lamento…” (Nietzsche, Così parlò Zarathustra)
Il lamento di Nietzsche evoca direttamente quello di Giobbe, a conferma che certi paesaggi desolati appartengono all’uomo in ogni epoca, ma ciò che muta è la possibilità di trovare risposte.
Oggi ci troviamo in una fase ulteriore. L’uomo contemporaneo sembra aver superato la fase del pensiero debole, giunto così ad un assottigliamento radicale. Se prima mancava il fine e mancava la risposta al perché, ora sembrano tacere anche le domande.
Alcuni sintomi, come la ricerca disperata e ottusa di godimento, il bisogno di sfidare fisicamente la morte per sentirsi vivi, la solitudine inguaribile data da un individualismo esasperato, l’asservimento totale al dio denaro, come unico potenziale salvatore e consolatore della condizione umana, indicano una crisi non solo dell’individuo ma della cultura in generale.
Siamo adoratori della tecnica, ma essa non tende ad uno scopo, non promuove un senso, non prepara scenari di salvezza, non svela verità: la tecnica funziona e basta (quando funziona). Un vuoto assoluto non solo circonda l’uomo, ma lo pervade interamente.
Goethe diceva che l’uomo è un essere volto alla costruzione di senso nel deserto dell’insensatezza. Ma questo deserto ora è costituito da assenza di pensiero e aridità dei sentimenti.
Non solo i valori supremi hanno perso importanza, ma anche l’uomo non vale più nulla. Alla deriva, non solo metafisica, lo vediamo ogni giorno. Non ha più valore la libertà, la salvezza, la verità, ma anche la politica, l’etica; e infine la ragione.
Sopravvivono la tecnica, la scienza, ma esse non regalano un senso, richiedono solo il proprio potenziamento assoluto; non ci rendono sapienti, anzi ci ritroviamo impotenti davanti alla nostra infelicità e alle nostre inquietudini.
Lo scenario è il futuro: basta guardare i ragazzi. Crescono le malattie dello spirito: chi le curerà? Gli uomini soffrono chiusi in un personalismo soffocante che impedisce loro di correlare la loro sofferenza con il dolore del mondo.
Facciamo esperienza del nulla. Ma non dobbiamo dimenticare che l’esperienza del nulla è il “punto zero”, è pur sempre la grande opportunità per trovare finalmente la giusta dimensione della nostra unicità e autenticità, per portare alla luce l’essere che in noi aspetta di essere espresso. In questa prospettiva allora, la caduta delle grandi aspirazioni è il punto dal quale paradossalmente ri-partire per costruire insieme, e non senza  la presenza e l’opera dell’Altro per eccellenza, il Dio di Gesù Cristo, il Padre della gloria colui che S:Agostino definisce (“interior intimo meo et superior summo meo). Per ricostruire una nuova identità dell’uomo e dell’ umanità più autentica.

Quale orizzonte?

L’essere umano ha una capacità creativa che può trasfigurare il suo modo di esistere, che lo può orientare radicalmente in una direzione non appena coglie che lì vi è la possibilità di una pienezza di vita.
Come ripensare questa capacità, oggi, nel momento in cui siamo totalmente persi dentro al nichilismo che ha contagiato la nostra epoca?
Potremmo iniziare dal Vangelo, parola ignorata in molti contesti, non ultimo la Chiesa. La parole umane vengono sempre prima e al posto del Vangelo. Il Vangelo è una parola che ti aspetta là dove tu non sei ancora arrivato, e per raggiungerla non ti devi perdere.
Molto spesso noi non siamo presenti alla Parola di Dio e così ci sembra irrealizzabile. Ma il Verbo Divino non è da realizzare è da credere in modo che esso stesso realizzi in noi l’uomo nuovo. La Parola di Dio se accolta credendo a cioò che dice realizza in noi ciò che ha detto. Per ora anche essa  Essa è anche per noi “frequentatori” o priva di significato reale o un messaggio che ci spaventa, così la condivisione, l’amore dei nemici, la croce, magari sono concetti che suonano bene nelle prediche ma ci fanno paura nella vita. Però sono buona notizia.
Il vangelo mette un però davanti al nichilismo dominante.
Può essere utile riportarci su una pagina evangelica, squisitamente laica, che parla ad ogni uomo. E’ l’incontro tra Gesù il giovane ricco. Giovane perchè in gioco c’è il futuro, l’orizzonte di vita, e noi non avendo desideri siamo bloccati al presente, siamo condannati a non avere prospettive; e ricco perché il denaro ci promette di seppellire l’angoscia ma invano.
«Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?». La domanda è sul senso della vita davanti agli uomini e davanti a Dio, ci sono due dimensioni intorno a noi, una orizzontale ma anche una verticale. La ricerca verte su una vita piena, una vita ricca di senso, una vita che valga la pena di vivere con impegno in una prospettiva futura. Gesù replica con una domanda. Non consegna una risposta, ma chiede a quell’uomo di andare a fondo nelle motivazioni della sua ricerca; lo rinvia a se stesso, dimostrando prima di tutto fiducia in lui. Osa andare al fondo di te stesso, osa cercare in te la risposta, hai tutto l’amore di Dio con te (lo amò), un amore vicino, incarnato, penetrante come uno sguardo. E’ come se gli dicesse: dai un nome al tuo desiderio, riconosci la tua molteplicità, non avere paura di pensare, rischia l’insicurezza ed esci dalle sicurezze acquisite perché ti appiattiscono, sii libero e lasciati amare, metti ordine nella tua vita accettando quel che sei, non aver paura di affrontare il tuo buio, i tuoi enigmi, i vuoti, non aver paura di soffrire: sei chiamato a convivere con le tue debolezze, ma lo puoi fare, non lasciarti demotivare e non perdere gusto alla vita. Solo amando e accogliendo le parti più difficili di te potrai farne qualcosa, potrai elaborarle, altrimenti saranno loro a decidere di te, ne sarai prigioniero, ostaggio, e la pena di vivere non varrà nulla, avrà l’amaro gusto della tristezza.
Occorre poi  avere il coraggio di ripensare il tempo. Il tempo ordinario della vita quotidiana, che oggi è minacciato dalla frenesia dell’accelerazione: dobbiamo andare sempre più veloci perché tutto è competitivo e tecnologizzato e ci costringe a stare dentro un meccanismo che è più veloce dei tempi della vita umana. Ripensare che siamo limitati.
Ripensare la società, oggi tristemente ridotta ad un mercato, globale, ma sempre mercato di cui noi siamo un ingranaggio. E’ una condizione che offende la nostra umanità, eppure continuiamo a considerarla la normalità delle cose. La società è viva quando è in grado di dare risposte ai grandi problemi che si pongono. E’ morta quando le sue risposte sono retorica, quando appare immobile, sterile, arida. Il mercato non è una risposta, è il problema. Eppure noi gli consegniamo le nostre vite. Credere nel denaro significa non credere nella vita, non credere che ci sia una possibilità di bene e di convivenza, significa consegnarsi totalmente a un meccanismo automatico sperando di stare dalla parte privilegiata anziché da quella che lo subisce. Al fondo di questa mentalità alberga un sentimento che si chiama disperazione.

In ultimo, ripensare la vita, oserei dire “Eucaristicizzarla” dopo averla evangelizzata.
Oggi essa è intesa come sopravvivenza, competizione, sfruttamento, appropriazione, consumo. Ha perso la sua creatività e la sua fecondità, la sua capacità di far progredire i processi di convivenza, pace, dignità delle persone; dobbiamo ripensare una strada nuova che porti alla luce la nostra umanità e la relazione profonda con il mondo. In realtà poi, a ben guardare la strada nuova c’è sempre stata, una strada che ogni giorno si rinnova, è la via della vita percorsa con il criterio e le conseguenti scelte dell’Eucarestia, quel Sacrificio di Cristo che si perpetua da sempre nella Messa…ah la Messa!!!! Indebolita anche lei nei suoi riti impoverita da glassature inutili che sotto le mentite spoglie di quella che con troppa facilità chiamiamo “liturgia”, molto spesso esprime noi ed imprigiona la potenza del criterio e del Mistero di Cristo e del suo Sacrificio il quale ci insegna che la via di una vita compiuta felice ed appagata è quello di spenderla per amore gratuito così come Lui ha fatto e fa per noi.
Ripensare insomma un amore che si opponga al male più grande,: il nulla. Lasciarsi rievangelizzare ed eucaristicizzare la vita sul serio e nell’essenziale, ecco la proposta di un pensiero forte che come tutte le cose forti è anche semplice e questa è la differenza che può far sì che la nostra vita non resti un romanzo incompiuto, ma che si compia secondo un disegno che è ben più di un romanzo.

don Marco Cristofori, Da "La Voce che chiama - Ottobre 2016"