Solennità del Corpus Domini

 “Mistero della fede!”. E’ il grido che erompe dal cuore credente, appena sono risonate quelle stupefacenti parole di Gesù, che nessuna fantasia di poeta e nessun entusiasmo di mistico avrebbe saputo neppure lontanamente escogitare: “Prendete, questo è il mio corpo,…questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza” (cfr. Mc 14,22-24).
E non sono solo parole, per quanto eccezionali e fervide. “Operatorius est sermo Christi”, nota a questo proposito sant’Ambrogio. Vale a dire: le parole del Signore non sono come le nostre (che, anche quando non sono vuote, esprimono unicamente idee o sentimenti). Le parole del Signore sono “creative” e dànno origine all’effettiva esistenza di ciò che significano.
Il credente lo sa: sa che le parole di Cristo sono anche “realtà”. Però lo sa soltanto lui: i non credenti non lo possono sapere. Perciò quel grido (“mistero della fede!”) isola ed estrania il credente dall’umanità che non è illuminata dall’alto.
Lo Spirito Santo è il solo che può dare ai ciechi figli di Adamo la capacità di vedere, di capire, di valutare le meraviglie di Dio. L’uomo “naturale” invece - che non è ancora stato investito dalla luce e dall’energia pentecostale - non le può né percepire né comprendere. Le meraviglie di Dio - nota san Paolo senza mezzi termini - “per lui sono follìa” (cfr. 1Cor 2,14).
Ma attenzione: quel grido (“mistero della fede!”), che sembra emarginarci dal generale contesto della mondanità, ci apre però alla comunione con l’universo quale è pensato, voluto e amato dal suo Creatore; e ci associa all’inno di lode e di gratitudine che si eleva da tutti gli angoli della terra e da tutti i secoli della storia di salvezza.
In quel grido è rievocato e reso presente l’originario stupore degli apostoli, che nell’ultima cena hanno raccolto le parole misteriose e fatidiche dalle labbra stesse del Redentore; in quel grido c’è la contemplazione estasiata della Vergine Maria quando partecipava al rito eucaristico del suo “figlio ereditato”, l’evangelista Giovanni; in quel grido c’è l’anima dei martiri di ogni tempo, che dal nutrimento di questo “Corpo dato” e di questo “Sangue versato” hanno attinto la forza di sacrificare per Cristo la loro unica vita.
“Mistero della fede!”. In questo grido c’è la felicità affettuosa delle vergini consacrate, che si sono sempre sentite singolarmente amate dal loro Sposo, reso vicino e presente sotto i segni del pane e del vino; c’è la carità pastorale dei santi vescovi e presbiteri che hanno guidato lungo i secoli “il popolo che Dio si è acquistato” (cfr. 1 Pt 2,9); c’è l’umile e semplice gratitudine degli uomini e delle donne che durante l’intera epoca cristiana hanno trovato nel sacramento dell’altare il coraggio di affrontare un’esistenza spesso dura e penosa, restando silenziosamente e operosamente fedeli al Vangelo.

“ Mistero della fede!”. Che significa questa espressione?
“ Mistero” vuol dire una realtà che, prima di tutto sul piano dell’essere, supera la nostra esiguità di creature, avendo in sé qualcosa dell’infinita ricchezza di Dio; e necessariamente trascende poi ogni normale previsione e ogni logica umana.
A ben riflettere, appunto per questa sua eccedenza si può sperare che sia qualcosa per noi di salvifico: tutto ciò che è a nostra misura, infatti, ha bisogno esso stesso, come noi, di essere scampato dalla sua povertà.
Ci vogliono però gli “occhi della fede”, perché ce ne possiamo rendere conto.
Sono gli stessi “occhi” che ci consentono di “vedere” colui che è al centro del cosmo e della storia: il “sacerdote dei beni futuri” (cfr. Eb 9,11), il mediatore dell’alleanza nuova e definitiva tra gli uomini e Dio (cfr. Eb 9,15), che “è entrato una volta per sempre nel santuario celeste” (cfr. Eb 9,12). In quel santuario, Gesù crocifisso e risorto è sempre in atto di presentare al Padre le sue piaghe irrimarginabili, ancora vermiglie del sangue versato sul Golgota per la salvezza di tutti gli uomini.
Sempre in virtù degli stessi “occhi della fede” noi “vediamo” quel sacrificio unico ed eternizzato che si fa presente in ogni rito eucaristico. Anche il più disadorno dei nostri altari s’identifica così con l’altare sublime che in cielo sta al cospetto della maestà divina (come dice l’antico cànone della cristianità latina). Come riusciamo a intuire, ogni messa si spalanca sull’intimità dell’esistenza trinitaria e s’innesta sulla liturgia perennemente celebrata nella vita eterna.

Il dono e la fortuna della fede ci ammettono dunque all’ammirazione della segreta ma sostanziale bellezza del disegno del Padre; quella bellezza che, una volta scoperta e capìta, da valore e gusto a tutte le cose e a tutti gli accadimenti.
Ripetiamo allora con il cuore gonfio di riconoscenza e di gioia: “Mistero della fede!”.
Mossi e ispirati da questa ammirazione, i nostri padri hanno saputo erigere le innumerevoli stupende chiese che rendono Bologna così affascinante e universalmente apprezzata.
Il nostro auspicio e la nostra preghiera è che quel grido non si spenga mai in questa nostra amata città, e continui a illuminare e impreziosire anche la sua storia futura.