Giovanni e Gesù

Due figure importantissime per celebrare degnamente in Natale ci vengono presentate oggi nella liturgia della Parola: il Precursore Giovanni Battista e il Messia, Gesù. Il Vangelo di Matteo ci riporta al dialogo a distanza tra Gesù e Giovanni Battista, finalizzato a precisare il ruolo e la missione di ciascuno dei due. Gesù manda a dire a Giovanni attraverso i discepoli del Precursore che a parlare di Lui, della sua missione e della sua identità di Messia, atteso dal popolo di Israele, sono i miracoli, le guarigioni di ogni tipo e di ogni consistenza. Il Messia è Lui. Non si devono attendere altri messia. I dubbi sulla legittimità della identità e della missione di Gesù sono superati in modo esemplare. Nessuno si può scandalizzare del Cristo, nel Cristo si trova la ragione della speranza e della beatitudine. Gesù, poi da parte sua, indica in Giovanni il profeta coraggioso e coerente, testimone visibile, uomo di penitenza e di essenzialità della vita. Anche la condizione in cui si trova Giovanni, quella di una persona limitata nella sua libertà, essendo in carcere, lo colloca in quella situazione di privilegiato, fino al punto da parlare, a ragion veduta, come il portavoce della speranza e della verità, in poche parole a trasmettere il messaggero che prepara la via al Messia.
Su questa stessa lunghezza d'onda della figura del Precursore si colloca il messaggio della seconda lettura odierna tratta dalla Lettera di San Giacomo Apostolo, nella quale troviamo l'invito ad essere costanti nell'impegno di preparare la strada al Signore che viene. E sull'esempio del buon agricoltore coltiviamo il campo del nostro cuore e della nostra vita perché faccia frutti di vita eterna e di bontà. Da qui la necessità di non lamentarsi mai, né della propria vita, né di quella degli altri, ma sopportare tutto per amore di Dio, perché il Signore, quale giudice supremo, non tarderà a valutare la nostra vita, come effettivamente l'abbiamo vissuta o la stiamo vivendo. Una vita che deve colorarsi, nonostante la croce, il dolore e il pianto, della gioia e del gaudio che solo Dio può apportare nel cuore dell'uomo.
Il profeta Isaia nella prima lettura della liturgia della parola di oggi ci apre questa prospettiva di gioia e di vita per tutti. La venuta del Signore è per la vita e la felicità vera e non per la tristezza e la sofferenza. Per quanti attendono con speranza e fiducia la venuta del Signore sul loro capo splenderà la felicità perenne e dalla loro vita scapperanno via, come d'incanto, la tristezza e il pianto, espressione di una mancanza di speranza e di prospettiva, per quanti non hanno fiducia in Dio e non si abbandonano alla sua volontà.
Il Natale se ha un senso nella nostra vita di oggi e di sempre sta proprio in questo: ridare a ciascuno di noi la gioia di vivere, la speranza che quello che verrà sarà il meglio e non il peggio. Solo Dio può riportare in equilibrio la nostra esistenza, spesso squilibrata da tanti fatti ed avvenimenti personali, familiari, nazionali, collettivi, mondiali che mettono preoccupazione ed angoscia. L'invito al coraggio, all'impegno per la costruzione di un mondo più umano, cioè più a misura d'uomo, riguarda tutti. Non dobbiamo assolutamente temere di nessuno e di nulla, perché la venuta del Signore nella storia di questa umanità ha cambiato radicalmente il senso della vita del mondo e della stessa terra. Tutto possiamo vedere in termini negativi e distruttivi, come la mentalità nichilista di oggi ci induce a vedere, ma mai, in modo assoluto e definitivo, possiamo credere e ritenere per certo che per l'uomo non ci sia speranza. Al contrario la speranza cristiana ci deve aprire ad una visione nuova del mondo che è quella incentrata su Dio e sul Vangelo.
Mi sovviene quanto scrive Papa Benedetto XVI nel suo recente Libro-intervista "Luce del mondo" (pag.78): "Per molti, l'ateismo pratico è regola di vita. Forse, essi dicono, in tempi remotissimi qualcosa o qualcuno ha dato inizio alla terra, ma Lui non ci riguarda. Quando un simile atteggiamento spirituale diviene diffuso stile di vita, la libertà non ha più un termine di misura, e tutto è possibile e permesso. Per questo è tanto urgente che la questione di Dio torni ad essere centrale. E non si tratta di un Dio che in qualche modo esiste, ma di un Dio che ci conosce, ci parla e che poi è anche nostro giudice".
Parole di estremo conforto per quanti, come noi, credono nella prima venuta del Signore e si preparano al suo secondo e definitivo avvento nella coscienza di cercare di essere coerenti con la propria scelta di fede, ben sapendo che il Signore rimane fedele per sempre, rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati e libera i prigionieri (Sal. 145).