Ai suoi discepoli Gesù spiegava ogni cosa

Con l'undicesima domenica, riprende il tempo ordinario dell'anno liturgico nel quale la partecipazione all'eucaristia domenicale e l'ascolto della Parola di Dio nell'esperienza concreta della comunità ecclesiale ci introducono in una sempre più piena maturità cristiana.
Il cap.4 del Vangelo di Marco, di cui leggiamo oggi un piccolo brano ha una notevole importanza nel cammino pedagogico che il discepolo di Gesù sta compiendo.
"Di nuovo ?cominciò' ad insegnare... E una folla numerosa si raduna da lui... E insegnava loro molte cose in parabole..." "Cominciò..." questo verbo che ritorna frequentemente nel Vangelo di Marco, indica una tappa significativa nell'itinerario che Gesù sta compiendo. "La folla" è in questo momento attorno a lui e ad essa è rivolto il suo insegnamento, fatto di molte cose, ‘in parabole'.
E Gesù insegna la parabola del seminatore al termine della quale l'evangelista commenta: "Quando fu in privato, quelli che erano intorno a lui, con i Dodici lo interrogarono sulle parabole. Ed egli diceva loro: ?A voi è stato dato il mistero del regno di Dio. Ma per quelli di fuori tutto avviene in parabole affinché guardando guardino e non vedano...' E dice loro: ?Voi non comprendete questa parabola. Come potrete comprendere tutte le parabole?'" (4,10-13) La folla ascolta l'insegnamento di Gesù, ma l'evangelista continua a sottolineare che occorre decidere di passare dall'anonimato della folla alla comunità di coloro che stanno attorno a lui, con i Dodici, occorre diventare suoi discepoli: la fede in lui apre all'accoglienza del " mistero del regno di Dio" che significa sollevare il velo che nasconde la presenza di Dio nel mondo. Per questo Gesù parla in parabole: parla delle cose che scorrono davanti agli occhi di tutti, con parole che fanno parte della normale comunicazione eppure le apre a significati e alla percezione di una dimensione della realtà che trascende la normale percezione delle cose. E' la dimensione simbolica della realtà che solo la fede rende percepibile, visibile, gustabile, vivibile. Gesù parla in parabole perché lui stesso è "la parabola": la sua carne, il suo corpo, i suoi gesti, le sue parole sono visibili, tangibili, ascoltabili eppure rimandano a qualcosa che è sempre oltre. Incontrare lui, entrare in relazione con lui, significa entrare in una esperienza di vita inesauribile, che il Vangelo di Giovanni chiama "vita eterna". Ed è lui che donando se stesso, dona pure la chiave per entrare in questa esperienza nuova. La condizione necessaria è passare dalla "folla" curiosa, alla decisione di essere suoi discepoli: l'appartenenza alla folla è condizione transitoria, poi occorre decidere o di essere con lui o di spostarsi tra "quelli di fuori". Il cap.4 di Marco, con le parabole dette da Gesù, si colloca precisamente in questo momento del cammino pedagogico dei discepoli: occorre la decisione radicale di "stare con lui".
Ma come sempre Marco diventa "spiazzante": non basta lo spostamento fisico dalla folla per stare "attorno" a lui, occorre essere "con i Dodici" che lui ha scelto per essere "con lui".
Ma anche per questi il cammino è ancora lungo e non sarà mai concluso. Dopo aver detto: “A voi è stato dato il mistero del regno di Dio ma per quelli di fuori tutto avviene in parabole perché guardando guardino e non vedano", anche a quelli che erano intorno a lui con i Dodici dice: Voi non comprendete questa parabola, come potrete comprendere tutte le parabole?” Il Vangelo, ormai, parla alla comunità che vive nella storia, oggi parla a noi e ci provoca: abbiamo capito la parabola fondamentale? Se non abbiamo capito quella, come possiamo comprendere tutte le altre?
"Cos' è il regno di Dio... A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio?..."
Le parabole che oggi leggiamo sono le uniche che parlano espressamente del regno di Dio nel Vangelo di Marco: la prima è solo di Marco, la seconda è comune ai tre sinottici. "L'avvenire meraviglioso e impensabile del mondo nuovo di Dio": può essere descritto così il messaggio delle due parabole.
"Come un uomo che getta il seme nella terra...": non si tratta di un gesto insignificante, come di uno che getta una cosa di cui vuole disfarsi, una cosa che non serve più. Getta un seme, qualcosa che nasconde in sé una dinamica sorprendente, qualcosa che una volta gettata comincia a trasformarsi, ad evolvere, a produrre novità che prima non esisteva: il seme gettato farà nuova la faccia della terra...Ma, ancora, è un seme "spiazzante" quello di cui parla Gesù: non ha bisogno di cure, protezioni, organizzazioni...Chi ha gettato il seme non può fare più niente perché il seme non ha bisogno di niente: "dorma o vegli, di giorno o di notte, il seme germoglia e cresce, come, egli stesso non lo sa". E' evidente l'intenzione di Marco: alla fragilità dei Dodici e di quelli che stanno attorno a loro accanto a Gesù, alla debolezza impari della comunità dei discepoli di fronte al mondo, Marco annuncia che l'avvenire del mondo nuovo di Dio è questione che implica Dio stesso: come il seme gettato nella terra, il mondo nuovo di Dio, di cui Gesù è il seme, nasconde dentro di sé un dinamismo impensabile e riuscirà da sé, a percorrere il suo cammino fino al momento della messe. L'unica cosa che Gesù ci invita a fare è di essere terra accogliente: terra che riceve e che lascia che il seme percorra tutta la sua meravigliosa avventura. Il frutto non ha bisogno di cure particolari ma sorprendentemente richiede che non vengano posti ostacoli con quelli che noi invece riteniamo strumenti necessari alla crescita del seme.
"Il regno i Dio è come un granello di senape che quando è seminato nella terra è il più piccolo di tutti i semi..., ma quando è seminato, cresce...diventa più grande di tutti gli alberi...". Ai suoi discepoli fragili e sconcertati, Gesù assicura che il piccolo seme del regno di Dio, che è lui stesso, così insignificante di fronte al potere del mondo, ha un futuro splendido, speranza e forza per il mondo intero. Ancora una volta, l'avvenire del mondo nuovo di Dio, non dipende da qualsiasi tipo di strategie, di intelligenze, di poteri umani, ma dallo sconvolgente dinamismo del seme gettato in una terra accogliente. Ai suoi discepoli Gesù continua a chiedere la nuda fede, chiede di accogliere lui, seme gettato dal Padre nella fragilità della terra, e poi di essere gli "agricoltori di Dio", cioè di continuare a gettare il seme di Dio nella storia, senza preoccuparsi di strategie studiate per affrontare la potenza del mondo.

Gesù vuole darci un messaggio di coraggio e di splendida speranza.

Poi continua il cammino pedagogico: "Con molte parabole di questo genere diceva loro la Parola, secondo quello che potevano ascoltare. Senza parabole non parlava loro, ma, in disparte, spiegava tutto ai suoi discepoli". Marco avverte i suoi lettori, noi oggi, che il discorso in parabole vuole condurli a riflettere sulla loro capacità di accogliere la Parola evangelica e li invita a trasformarsi in buona terra recettiva e adatta a permettere la fecondità di questa Parola.
Occorre decidere di uscire dalla folla per essere discepoli di Gesù: occorre essere terra che accoglie lui, il piccolo seme del mondo nuovo di Dio...tutto è meraviglioso, tutto è grazia, ma tutto è anche molto esigente. Il Vangelo di Marco continua nel suo cammino pedagogico: il cap.4 con l'insegnamento di Gesù in parabole è solo la premessa al cap.8. "E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell'uomo doveva soffrire molto...faceva questo discorso apertamente". La Parola detta misteriosamente nelle parabole è detta apertamente nella Passione: la folla scomparirà, rimarranno i Dodici con la loro fragilità... e Gesù continuerà a chiamarli perché stiano con lui e per mandarli ad annunciare la Parola... Oggi tutto è per noi....
Non bisogna stancarsi mai di insistere sulla priorità del culto divino, superando così una stretta interpretazione legalistica e moralistica del cristianesimo. Benedetto XVI dà l’esempio, perché è profondamente convinto che «il diritto e la morale non stanno insieme se non sono ancorati nel centro liturgico e non traggono da esso ispirazione». L’adorazione, che si esprime in modo del tutto particolare nella Messa e nella Processione del Corpus Domini, è costitutiva del rapporto dell’uomo con Dio e della giusta esistenza umana nel mondo.
In questo Anno Sacerdotale, i ministri del Santissimo Sacramento hanno una ragione in più per tornare a meditare sull’incomparabile dignità, cui sono stati chiamati per divina vocazione. L’essere sacerdoti ordinati ha un riferimento primario ed insostituibile al potere di consacrare l’Eucaristia. Ai vari motivi teologici che fanno da sfondo alla gioia di ogni cristiano dinanzi al Dono eucaristico, il sacerdote aggiunge anche la sua conformazione – di certo umanamente immeritata – al Cristo Sacerdote, che si rende presente realmente nel Santissimo Sacramento dell’altare. Auguriamo pertanto ai sacerdoti di tutto il mondo di vivere la processione del Corpus Domini come momento di adorazione, contemplazione e riflessione sul grande Mistero che si rende sempre di nuovo presente nel mondo attraverso le loro mani, unte un giorno con il sacro crisma per poter consacrare e toccare il Corpo sacramentale di Cristo.