Vigilanza e sobrietà in vista dell'Eternità

Le ultime domeniche dell'anno liturgico sono un forte appello a guardare avanti e a fissare il nostro sguardo nell'eternità, dove siamo diretti, camminando nel tempo ed aspettando il giorno in cui il Signore ci chiamerà a rendere conto della nostra vita, subito dopo la morte. Poi ci sarà anche il giudizio finale, quello che noi chiamiamo universale in quanto riguarderà tutti e tutto. Nell'attesa gioiosa e non ansiosa di quanto dovrà accadere, noi siamo chiamati a vigilare su noi stessi vivendo un vita di sobrietà, senza eccessi di nessun genere. Diciamolo con chiarezza, noi non sappiamo né il momento e né l'ora in cui il Signore verrà; per cui dobbiamo essere sempre pronti a rispondere il nostro sì per l'eternità, dal momento che abbiamo detto i tanti nostri sì in questo mondo, scegliendo di vivere dalla parte di Dio e seguendo la morale della nostra fede cristiana.

E' San Paolo Apostolo, nella bellissima prima lettera scritta ai Tessalonicesi in cui tratta appunto il tema della venuta del Signore, a farci riflettere seriamente sul nostro futuro e sul mondo che verrà. La venuta ultima del Signore è paragonata ad un ladro che va a rubare di notte nelle case delle persone. Non c'è preavviso, ma tutto succede all'improvviso. E quanto più pensiamo di essere al sicuro ed avere certezze di futuro su questa terra, allora dobbiamo maggiormente preoccuparci che non è poi proprio così. L'atteggiamento migliore è quello di attendere la venuta del Signore in uno stato di grazia, uscendo dalle tenebre del peccato e della presunzione di stare a posto e di non aver bisogno di purificazione e conversione. Dobbiamo vivere sempre come figli della luce, perché non apparteniamo alla notte, ma al giorno; non apparteniamo alle tenebre, ma alla luce, perché Dio è luce e in questa luce che noi viviamo e a questa luce dobbiamo aspirare nell'eternità.

E sempre sul tema del secondo avvento del Signore nella storia dell'uomo si focalizza il testo del Vangelo di oggi, tratto dall'evangelista Matteo, nel quale è riportata la parabola dei talenti che devono fruttificare produce opere buone e di santità, opere di eternità. Che sia poco o che sia molto che abbiamo ricevuto dal Signore, questo non può restare inoperoso, non può non produrre qualcosa, anche il minimo deve rendere, a costo di affidare questo talento alla custodia o all'iniziativa degli altri. L'impegno per il regno di Dio e per la santificazione della nostra vita deve essere costante e personale, deve passare attraverso atti decisionali che non ammettano scusanti o giustificazioni di sorta. Bisogna operare e basta come hanno fatto i servi che hanno ricevuto cinque e due talenti che raddoppiarono nel rendimento. Non è bello e non esprime amore verso il Signore e verso se stessi se, pur avendo ricevuto il minimo, espresso dall'unico talento, invece di farlo fruttificare lo mettiamo a tacere, lo atterriamo, lo nascondiamo e non lo rendiamo visibile agli altri mediante un retto operare. Il premio della salvezza eterna, Dio ce lo concederà se ci siamo sforzati a far fruttificare tutti doni ricevuti e poi concretamente fatti crescere e potenziale per il giardino del paradiso.

In altri termini dobbiamo essere come la donna attenta ed oculata di cui ci parla il libro dei Proverbi, nel quale vediamo all'opera la donna volenteroso di operare per la gloria del Signore e per la felicità della propria famiglia. Il programma di santità per donne ed uomini che temono ed amano il Signore sta appunto in questo testo.

Fedeltà, carità, timore ed amore di Dio, operosità per il Regno di Dio sono gli standard minimi per essere sulla giusta strada che conduce alla felicità vera e duratura. Non è la bellezza esteriore, né il fascino umano, ma è la bellezza del cuore ed il fascino interiore a rendere l'uomo e la donna capace di parlare il linguaggio verso dell'eternità e di operare in vista di essa. Con queste profonde convinzioni spirituali, possiamo elevare a Dio la nostra supplica, insieme a tutti i fedeli che si raccoglieranno in preghiera nella casa del Signore, in questa domenica penultima dell'anno liturgico: "O Padre, che affidi alle mani dell'uomo tutti i beni della creazione e della grazia, fa' che la nostra buona volontà moltiplichi i frutti della tua provvidenza; rendici sempre operosi e vigilanti in attesa del tuo giorno, nella speranza di sentirci chiamare servi buoni e fedeli, e così entrare nella gioia del tuo regno". Amen