Omelia per il Lunedì Santo - Solenni Quarantore 2017

di don Riccardo Pane

In questa meditazione ci soffermeremo su un aspetto specifico della passione di Gesù: non sulla sua passione fisica, bensì su quella psicologica. L’immaginario artistico e letterario, e la predicazione tradizionale, soprattutto in età barocca, si è sempre soffermata sugli strumenti della passione. In uno splendido calice appartenuto a Benedetto XIV e conservato nella nostra cattedrale, sono incastonati e cesellati tutti gli strumenti della passione: chiodi, tenaglie, spine, flagelli.
Ebbene, non è di questo aspetto, pur terribile, e molto più facilmente meditabile e immaginabile, che mi voglio fermare, ma sulle parole di Gesù: “La mia anima è turbata”, o meglio sarebbe tradurre con “sconvolta” (Gv 12, 27). Inizia per Gesù la prova più grande, non tanto per le sofferenze fisiche, quanto per la tentazione diabolica.
Noi sappiamo che le tentazioni di Gesù nel deserto, così come ci sono presentate dagli evangelisti, non vanno solo a toccare le esigenze corporali, ma vanno a toccare un punto ancor più delicato, cioè il sacrosanto diritto e desiderio di ogni uomo di manifestare chi è e quali sono le sue facoltà. A Gesù il demonio non chiede di trasgredire nessun comandamento di Dio, nessuna legge morale, e – se vogliamo – nemmeno nessuna legge naturale, visto che è nella natura propria del Figlio di Dio essere custodito e preso al volo dagli angeli. D’altra parte è altrettanto inquietante che
il demonio tenti di rifilare e vendere a Gesù quello che in realtà è già suo, cioè i regni della terra e la loro gloria. A ben vedere dobbiamo renderci conto che il tentatore è molto più subdolo e intelligente di quanto gli uomini credono. Con noi poveri peccatori può permettersi di essere grossolano, di usare le trasgressioni delle legge come inciampo per noi, ma con Gesù, e con tutti coloro che sono strettamente uniti a lui nel cammino di santità, le cose si fanno molto più sottili e difficili da discernere e quindi da combattere, come quelle lesioni che sono radioopache e che quindi possono liberamente uccidere la persona senza che se ne avveda. Ebbene, se ci fate caso, in linea di massima il demonio non chiede a Gesù nulla di illegittimo, nulla di trasgressivo: gli chiede solo di fare e dire quello che è suo diritto fare e dire. Pensate ad esempio al primo incontro pubblico (le tentazioni erano private) tra Gesù e il demonio (Mc 1, 23-26): avviene nella sinagoga di Cafarnao, dove Gesù si imbatte in un indemoniato. E il demonio cosa fa? Calunnia Gesù? Lo infama? Nulla di tutto questo: dice di lui la sacrosanta verità: il so chi tu sei, il Santo di Dio! In questa affermazione c’è una cosa vera e una sbagliata. Quella vera è che Gesù è effettivamente il Santo di Dio. Quella sbagliata è che il demonio sappia chi è lui. Sì, è vero, sa tutto di lui, sa da dove viene, è un teologo eruditissimo il demonio: 30 e lode. Sa tutto, ma lo sa con la testa, lo sa solo sul piano intellettuale, ma non conosce Dio. Perché si dà il caso che l’essenza di Dio, cioè la sua identità più profonda, sia l’amore, e se c’è una cosa che il demonio non può conoscere è proprio l’amore. Bene, tornando alle nostre tentazioni, Luca conclude il brano delle tentazioni dicendo che il demonio, dopo aver esaurito ogni tentazione, si allontanò da lui fino al momento fissato (Lc 4, 13).
Ed eccoci al momento fissato, ecco lo scatenarsi della tentazione, proprio al 
momento della passione. E ancora una volta, accanto alla prova che tocca il fisico, vi è è anche e soprattutto quella che tocca la dimensione psichica.
Il Credo ci dice semplicemente che “patì”, senza ulteriori specificazioni. In effetti la riflessione teologica ci arrivò solo più tardi a sciogliere quel “patì”, cioè che, se uomo è, deve esserlo in tutte le dimensioni, corpo e anima (psiche). E dunque in
lui vi è tutta una dimensione psichica, una dimensione psichica non corrotta dal peccato originale, ma pur sempre attiva: emozioni, paure, gioie, sogni, entusiasmi.
Dunque giustamente Gesù dice: “la mia anima è turbata”. Abbiamo sentito: “Imparò l’obbedienza dalle cose che patì”: sono le sofferenze fisiche che insegnano l’obbedienza? Certamente, ma ancor più quelle morali.
Ebbene, pensiamo un attimo alle umiliazioni di Gesù: sputi, irrisioni, oltraggi, calunnie. Oltraggiato non rispondeva con oltraggi, disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. Maltrattato si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca. Gli si diede la sepoltura con gli empi.
Qui davvero il tentatore raggiunge l’apice della sua azione: se davvero sei il Figlio di Dio, scendi dalla croce! Non è un suo diritto farlo? Anzi, non è forse opportuno? Se scendi, dicono, ti crederemo! Non è proprio questo il tuo scopo? Lo denudano davanti a tutti, lo travestono da re, gli sputano addosso, lo prendono in giro, lo provocano a manifestare la sua potenza scendendo dalla croce, dileggiano la sua predicazione sul tempio, rivelando di non aver capito niente, mettono in ridere anche la bontà di Dio Padre, ironizzando sul fatto che non interviene a salvare colui che dice di essere il Suo Figlio. Veramente grande è la pazienza di Dio da sopportare tali oltraggi da parte dell'uomo. Molti di quelli che lo schernivano saranno stati gli stessi che lo avevano acclamato una settimana prima e che per tre anni lo avevano inseguito alla ricerca di miracoli e di benefici, e questo avrà costituito per il Signore un'ulteriore sferzata.
Dobbiamo prendere molto sul serio le due affermazioni di Paolo “Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della Legge, diventando Lui stesso maledizione per noi, poiché sta scritto: Maledetto colui che pende dal legno” (Gal 3, 13) e “Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore” (2Cor 5, 21). Cristo muore davvero con la morte dei maledetti. Il suo modo di morire sembra davvero la conferma divina delle calunnie che gli riversano addosso gli uomini. E Gesù questo lo nota, e lo sconvolge, anzi, come dice Marco, lo manda “fuori di sé”. Mi permetto di insistere: quel grido “mio Dio, mio Dio perché mi hai abbandonato?” è troppo importante perché possiamo passarci sopra con indifferenza. E’ il grido di chi si è spogliato così radicalmente, da condividere completamente quell’esperienza di buio, di paura, di incognita che è l’esperienza della morte umana.

Certamente non è contrario alla verità dell’immutabilità e impassibilità di Dio pensare che in quel momento ci sia un qualche coinvolgimento di tutta la Trinità. Non nel senso che Dio subisca le passioni (questo è incompatibile con la natura divina), ma nel senso che scelga di parteciparle per amore: passio caritatis è l’espressione di Origene usata per esprimere la compartecipazione del Padre alla passione del Figlio.
La storia di Gesù continua oggi nella Chiesa. Ciò che ha subito il capo lo subisce ora il corpo che gli è stato associato. Basta che apriamo la televisione o il 
giornale per accorgerci che il trattamento riservato al nostro Signore, ora è riservato a noi cristiani, alla Chiesa. Oggi, come allora sul Golgota, chi sta con Cristo è oggetto di riso, di persecuzione, di diffamazione: "completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa" dice san Paolo. Oggi come allora molti cristiani stanno a guardare il corpo di Cristo, la santa Chiesa, mentre viene riempita di sputi, ma non intervengono, per paura, per indifferenza, per connivenza, quando non sono addirittura essi stessi a sputare sulla madre Chiesa. E difendersi è giusto ed è un nostro diritto. Ma non sempre è evangelico farlo. E non
aprì la sua bocca. Diverso ovviamente è il caso nel quale sia da difendere Cristo o i nostri fratelli più piccoli. E’ un discernimento difficile. Come membro della Chiesa devo seguire la via del maestro e del suo silenzio davanti agli oltraggi, ma come figlio della Chiesa devo custodire mia Madre. Pensiamo a Maria e Giovanni sotto la croce: sotto la croce non ci stanno solo Giovanni e Maria, ma il discepolo e la Chiesa. Nel momento nel quale il maestro sembra prendere congedo dal mondo e assentarsi, egli istituisce una nuova relazione, che diventa costitutiva, come costitutiva è quella tra una madre e un figlio: ora il discepolo troverà il principio della propria maternità nella Chiesa e la Chiesa non soffrirà l’assenza del maestro, perché il discepolo che egli ama è il depositario del cuore stesso del maestro.
Ecco lo straordinario deposito che ci ha consegnato il Signore sulla croce: la maternità della Chiesa che ci custodisce, mentre noi, a nostra volta, come discepoli, siamo chiamati a custodire la nostra Chiesa. Se fino a questo momento il rapporto del discepolo era direttamente con il maestro, ora questo rapporto è chiamato a passare attraverso la maternità della Chiesa, che viene immediatamente dotata di tutti gli strumenti che rendono questo rapporto efficace: lo Spirito Santo emesso dal Signore sulla croce, e l’acqua mista a sangue sgorgata dal suo costato, immagine di tutta la vita sacramentale.
La Chiesa, prefigurata nella maternità di Maria, è ciò che di più caro ci ha lasciato il Signore in punto di morte. Quando uno sta per morire, è solito raccomandare e assicurarsi del futuro di ciò che gli è più caro: il Signore ha affidato a noi discepoli la Chiesa, perché l’amiamo e la onoriamo come madre, e noi siamo stati affidati a lei come figli bisognosi di essere continuamente generati e rigenerati.